Aggiornamenti Recenti RSS Toggle Comment Threads | Scorciatoie da tastiera

  • astrodomini 11:24 pm on May 1, 2009 Permalink | Replica |  

    venus in cancer. 

    basho1Impossibile non ringraziare ogni giorno il momento in cui è stata pensata la mitologica Anthology Of American Folk Music, raccolta che da un lato ha riportato in auge l’interesse per la musica tradizionale americana e dall’altro è stato il viatico per la rinascita e la reinvenzione, fra sessanta e settanta, di quei suoni.

    Se il nome sulla bocca di tutti è quello del grandissimo John Fahey c’è un artista che ha condiviso con lui quel periodo e quel desidero di riscoperta e avanzamento, spesso in contrasto ma regalando al mondo una carriera di altissimo livello; il suo nome è Robbie Basho. Meno ragionatore e più impulsivo di Fahey, attratto dalla nascente scoperta del misticismo indiano molto in voga negli anni della psichedelia, Basho è alla continua ricerca del punto di contatto fra tradizione lontane ma capaci attraverso il suo genio di dialogare in un unico. Poco conosciuto ma con un nutrito seguito di fedelissimi, meno riscoperto e popolare di Fahey morirà a soli quarantasei anni nel 1986 permanendo fino ad ora in un cono d’ombra che non riesce ad esaltare a pieno il suo fondamentale apporto al folk contemporaneo.

    Autore di una quindicina di dischi fra il 1965 e il 1986 Basho raggiungerà la maturità artistica e la perfezione stilistica con lo splendido Venus In Cancer (1970, Blue Thumb) dove composizioni di una purezza cristallina, la voce e la ricercata sintesi di tradizioni generano un disco spartiacque per la storia stessa del folk; da lì in poi la tradizione che va dai Raga indiani allo spiritualismo pellerossa diventa parte integrante del folk americano modificandone in parte il DNA. Da questo disco in poi un altra serie di grandi opere che marchieranno a fuoco il decennio: lo splendido Song Of The Stallion (1971, Takoma), la deriva persiana di Zarthus (1974, Vanguard) e Visions Of The Country (1978, Windham Hill) costituiscono un trilogia di lavori splendidi e senza tempo, pietre angolari su cui sono stati edificati anni di sperimentazione e riscoperta.

    Senza contare il periodo antecedente a Venus in cui Basho aggiusta il tiro con buoni dischi in cui però l’irruenza spesso prende il sopravvento in uno stile in evoluzione ma a tratti decisamente pesante: l’opera prima The Seal Of The Blue Lotus (1965, Takoma) e i due volumi di The Falconer’s Arm (1967, Takoma) risultano più di tutti fondamentali per capire l’evoluzione di un uomo sempre più vicino alla perfezione.

    Io ve l’ho detto, ora tocca a voi.

     
  • astrodomini 2:18 pm on April 25, 2009 Permalink | Replica |  

    La festa degli italiani. 

    italian-flag

    La festa della liberazione mi è di difficile comprensione, sarò stupido e insensibile ma davvero ogni anno è un punto di domanda e più di un conato di vomito quando vedo certe persone dire le solite e fruste cose che puntualmente ogni giorno tradiscono sputtanando ogni tipo di valore politico e sociale.

    Onore a chi ha messo a repentaglio la propria vita per le proprie idee e per un Italia, forse, migliore. Onore per quel preciso momento perchè dopo non so di quanto onore si siano ricoperti.
    Onore a chi ha redatto, per una volta in maniera comune, un documento di altissimo livello civile.

    Fatto sta che festeggiamo le tombe e i monumenti in un paese allo sbaraglio, fatto sta che onoriamo i morti quando i vivi hanno bisogno di un paese mai veramente creato. Festeggiamo una liberazione, festeggiamo una costituzione e una bandiera che paradossalmente non rappresenta nulla se non un entità territoriale creata da una casata regnante e profondamente lacerata al suo interno sotto molteplici aspetti. Con la carta costituente non ci si fa nulla se non è applicata, se da essa non si crea una nazione e non si appianano le diversità; tutto questo non è stato fatto, l’Italia sostanzialmente non esiste. Io delle bandiere e degli eserciti, dei nazionalismi e delle salme non me ne faccio nulla.
    Siamo un paese unito? Io non credo. Troppe le molteplici differenze che dividono il settentrione dal meridione, troppo profondo il divario di mentalità e il sentirsi parte di entità profondamene separate e troppo il malessere che muove per diversi motivi il nord e il sud contro uno stato centrale da sempre incapace di dare risposte profonde in grado di appianare divergenze e squilibri. Bando alle ipocrisie e alle accuse di leghismo, chi ha l’onestà di voler vedere sa benissimo che in questo paese convivono due stati molto diversi fra loro. Questa Italia non è unita, lo è nominalmente ma non nei fatti; un paese unito viaggia mediamente alla stessa velocità.
    Siamo politicamente uniti? Non mi sembra. Perchè è giusto ricordare che la parentesi costituente è giusto una parentesi, una parentesi in un clima da guerra civile permanente che ha coinvolto il nostro paese per almeno tre decenni dopo la fine della guerra. Come si può parlare della libera come “nuovo risorgimento” (anch’esso comunque squassato da profonde divisioni) se all’indomani della guerra ci si scannava come cani per le prime elezioni repubblicane? Quale unità è stata quella data dal blocco comunista e democristiano in continuo contrasto e odio fra loro? Un unità garantita e obbligata dalla potenza americana e dalla guerra fredda, un unità che in realtà non è mai esistita e non si è mai voluto creare. Tuttora sotto la cenere del bipartitismo e del rinnovamento covano le braci di divisioni con cui nessuno ha mai voluto fare i conti e che non si sono mai realmente sopite, le menti sono molto più divise di quanto ci vogliono far credere.

    La sola unità che vedo è quella del continuo vilipendio delle istituzioni e del non rispetto del cittadino, del codice etico e delle regole che dovrebbero regolare la vita comune in una democrazia liberale. Siamo uniti e sulla stessa barca solo quando si tratta di malaffare o di mondiali, siamo insieme solo quando dobbiamo dar manforte a un sistema che ci ha ucciso per cinque decenni e che tuttora ci sta uccidendo togliendoci l’aria e ogni prospettiva di riscatto. Usiamo la parola libertà come un orpello per le feste nazionali, i comizi a favore delle guerre o le più fruste e inutili battaglie ideologiche; quando realmente la nostra libertà viene messa a repentaglio pensiamo ad altro e stiamo zitti, ce ne freghiamo beatamente. Anzi, ci facciamo muovere come insignificanti pedine in un sistema di potere condiviso che risulta allo stesso tempo chiaro ma platealmente ignorato dalla popolazione ormai narcotizzata e priva di ogni concenzione di stato o di vita comune.

    Ci hanno riempito la testa di cose inutili, di orpelli a una vita che dovrebbe trovare nella semplicità di quattro o cinque valori la sua ragion d’essere e invece viviamo alienati in modi di fare e di essere che non hanno ragione di esistere. Anteponiamo le cose inutili a quelle utili, crediamo più importanti cose futili su valori saldi. Valori che puntualmente tradiamo in nome delle più bieche e inutili stronzate diventando manipolabili come bambole. Non ce ne frega nulla di nulla, non esistiamo come non esiste il nostro paese. Liberatevi, teste di cazzo.

     
  • astrodomini 3:07 pm on December 8, 2008 Permalink | Replica |  

    re composed. 

    untitled-1_s.jpg

    Ricomporre. Questo il compito dato dalla Deutsche Grammophon a Carl Craig e Moritz Von Oswald.
    Ricomporre alcune parti del repertorio di Maurice Ravel e Modest Mussorgsky adattandole al proprio gusto e al proprio stile musicale.
    Un operazione difficile, un probabile passo falso se non fosse per la caratura dei personaggi in gioco; uno che ha disegnato capolavori in grado di rendere molto labile il confine fra techno e musica altra, l’altro ai comandi in un progetto fondamentale per l’elettronica europea come Basic Channel (insieme a Mark Ernestus).
    Quel che ne esce è un disco che conferma ancora una volta come a distanza di un decennio la luce rappresentata da certi artisti è ancora necessaria e più viva che mai, un tributo a un genere che quando sembra aver smesso di pulsare ritorna di prepotenza a ricordare la sua importanza. In un momento in cui la scena dei club è dominata dal minimalismo più rozzo e inanimato non è cosa da poco.

    Perchè se l’intro apparare come una banale mestiere Detroit quello che viene dopo è un inno, un inno continuo a una musica che non ha mai conosciuto barriere. Una techno che infiamma i dancefloor come flirta con l’avanguardia e la musica classica senza mai perdere la sua anima di contaminazione.
    Contaminazione che se una volta era fra il pop robotico dei Kraftwerk e le follie funk di George Clinton ora è fra i ricercati beats di Von Oswald e Craig uniti al suono dell’orchestra di Von Karajan. Cambiano gli addendi ma il risultato non cambia, la musica è grande ed è sempre protagonista. Un disco per chi ama.

     
  • astrodomini 1:33 am on November 15, 2008 Permalink | Replica |  

    la possibilità di non guardare. 

    Ormai è passato un decennio, un decennio che ho vissuto in ritardo e dopo anni in cui ignoravo l’esistenza di tante cose.

    Un decennio dalla fine del Consorzio, un decennio che ha visto tante cose cambiare nella storia e nelle posizioni. Un vuoto che non si riempie, parole come echi che continuano a non avere un seguito. Capita che ogni tanto mi soffermi ancora sulle parole e sulle musiche, su quel gruppo nato dall’esperienza scintillante e controversa dei filosovietici CCCP, sulla figura istrionica e difficilmente decifrabile di Giovanni Lindo. Quando capita però è un rimanere a bocca aperta, perso ogni volta alla stessa maniera.

    Il Consorzio era semplicemente non scontato, una qualità rara di questi tempi anche nella musica che ama definirsi alternativa ma alla fin fine è un coacervo di banalità e ruffianerie politiche. Il Consorzio erano le parole e la testa di Giovanni Lindo, era la potenza di Maroccolo, Canali e Zamboni. La voce di Ginevra.

    Il Consorzio era capace di infiammare testa e cuore come poche realtà nel nostro panorama musicale, era una cosa che ti chiedi ancora come un paese decadente e retrogrado come il nostro abbia mai partorito. Era il frutto di menti liberi, forse. Il Consorzio era canzoni epiche, intime, combattenti e battagliere senza scendere nella retorica. Il Consorzio ha scritto una delle canzoni più belle sulla resistenza (Linea Gotica), un cordone ombelicale fra vecchie e nuove generazioni che si affida a poche parole per trasmettere concetti che sono alla base del coraggio umano. Il Consorzio era tutto ciò che la musica italiana sembra non avere più, l’apice o la meteora fate voi.

    cosa fare non fare non lo so,
    quando dove perché riguarda solo me,
    io so solo che tutto va ma non va,
    non va, non va…

    Il Consorzio mi manca terribilmente.

     
  • astrodomini 12:01 pm on July 30, 2008 Permalink | Replica |  

    ladies of the canyon. 

    Forse non capirò mai l’universo femminile, forse è giusto così. Quando però le mie orecchie entrarono in contatto con la sublime voce di Joni Mitchell fu come un colpo di fulmine, una scoperta fondamentale giunta quasi per caso (ricordo ancora un articolo sulla rivista inglese Uncut che parlava dello splendido Blue, disco che di lì a poco sarebbe diventato uno dei miei preferiti in assoluto). Lei, Roberta Joan Anderson, cantante che con il suo folk intimo e delicato riuscì a marchiare in maniera indelebile gli anni sessanta e settanta senza troppo rumore, pittrice e poi musicista. Quel disco, Blue, intriso di amarezza sin da una copertina nella quale il viso di Joni trasfigura da un blue a tinte scure, un blue che nella mia mente non può che riportare al blues e alla sua storia nata nella sofferenza. Amarezza per una storia d’amore finita, amarezza e dolore che come spesso accade si trasformano in una prova di grandissima intensità che lascia letteralmente a bocca aperta. Ma Blue non è un episodio isolato, prima di lui c’è stato lo straordinario Ladies Of The Canyon in cui la poetica sognante e unica della Mitchell si rivelò al mondo raggiungendo l’apice nella splendida e molto nota Big Yellow Taxi (scritta durante un soggiorno alle Hawaii). Forse i due dischi che maggiormente mi restano nel cuore, vanno a toccare la profondità della mia passione per il folk e per le voci femminili. Ascoltate.

    Questa invece è una scoperta recente, recentissima che mi permette però di viaggiare sempre sullo stesso binario. Una stupenda voce e una ricerca alle radici della musica tradizionale americana sono le direttive per raccontare la musica di Jolie Holland, texana fra i nomi più interessanti in circolazione. Se la proposta della Mitchell era forse più facile la Holland tre decenni più tardi propone una radicalizzazione del rapporto con il passato, una vicinanza stretta con il suo d’anteguerra che tanto è caro a chi scrive. Ma se il rischio di un riproponimento bolso e fuori tempo massimo di cose che hanno più otto decenni sulle spalle era dietro l’angolo la voce di Jolie e le sue capacità creative rendono i suoi dischi (io per ora mi sono soffermato su Catalpa del 2003 e Escondida del 2004, entrambi su Anti) straordinariamente unici e personali. Escono i suoni del passato ma il piglio è attuale e se nel lavoro del 2003 le cose sono più scarne ed essenziali in Escondida esce una vena che riprende sonorità Jazz (ovviamente primitivo) rendendo il disco pieno senza però appesantirlo, con la voce in primo piano e li strumenti che quasi la seguono in disparte. Un artista capace di grandi cose, da seguire.

    Josephine Foster invece è una certezza, uscita negli ultimi anni sono riuscito a vederla dal vivo per ben due volte (rarità per le possibilità che il duo Udine/Padova mi concede). Freak fino al midollo, abiti retrò e un aria che sa tanto di comune anni sessanta in qualche zona sperduta del territorio americano. Josephine propone un folk essenziale, senza fronzoli e con scarno accompagnamento da vera cantautrice di classe quale è. Dopo alcuni dischi di buona qualità e attesa in questi giorni alla prova del fuoco con il nuovo This Coming Gladness, disco che dai primi ascolti si preannuncia rivoluzionario per lo stile della Foster. Entrano strumenti e il suono si fa più potente con un cantanto altalenante, a tratti blues e a tratti quasi sofferto e virtuoso che rende questo nuovo disco un passo fondamentale nella carriera della nostra Foster.

    Spero che questo brevo percorso al femminile serva a qualcuno, ascoltate.

     
    • Addison 9:44 pm on Ottobre 7, 2008 Permalink | Replica

      Che dire…
      Quando si scrive con passione, trasporto, coinvolgimento, si sente.
      Belle righe, che sono state un piacere leggere.

      Saluti,
      Addison.

  • astrodomini 11:33 pm on July 3, 2008 Permalink | Replica |  

    lie down in the light. 

    Ormai da queste parti scrivo pochissimo e quando scrivo è sempre per parlare delle stesse cose, dopo una primavera decisamente impegnata un estate che per ora si preannuncia ballerina. Per fortuna che ad allietare giornate di studio, caldo e qualche volta divertimento ci pensa il nuovo stupendo gioiello firmato Will Oldham, uno che letteralmente non sbaglio un disco.

    Ricordo ancora i tempi dei primi contatti, un articolo su Uncut e un istantanea repellenza per la sua aria da paffuto e noioso cantautore. Forse ero troppio giovane, forse ero semplicemente troppo stupido. Il ritorno di fiamma due anni dopo grazie a una canzone illuminante anche se scura, tetra quanto immensa nel suo non avere confini ed essere una delle cose più commoventi e profonde che abbia mai ascoltato: I See A Darkness (dall’omonimo disco uscito nel 1999). Da quella canzone e da quel disco fu amore, puro. Una riscoperta frenetica del materiale inciso, ogni nota e ogni parole una passione che cresceva, in pochi mesi Will Oldham è diventato per me uno dei pochi punti fermi musicali.

    Punto fermo con la sicurezza di una continuità qualitativa incredibile, un disco dopo l’altro senza calare mai, canzoni stupende che fanno seguito a canzoni stupende ed emozioni che sembrano non trovare fine. La bellezza di ascoltare per la prima volta Lie Down In The Light (uscito recentemente su Saddle Creek) un momento di rara pace interiore, la sicurezza di tornare a casa e trovare le solite cose, ordinarie quanto teneramente normali ma allo stesso tempo belle. Canzoni che si snodano in un territorio cantautorale prettamente americano, che strizza l’occhiolino al country e a suoni tradizionali e profondamente ancorati in un retroterra recente quanto fondamentale. La voce a disegnare canzoni magnifiche che si muovono fra strutture semplici, atmosfere intime e melodie mai così azzeccate e avvolgenti (qua e la coadiuvate da una voce femminile che le rende ancora più incisive). Cose che colpiscono nel cuore, rendono la notte e il suo silenzio qualcosa di ancor più speciale, un mondo che sento fortemente mio e che riesce a donare gioia in un mondo in cui ne abbiamo tutti terribilmente bisogno.

     
  • astrodomini 10:27 pm on April 22, 2008 Permalink | Replica |  

    beth. 

    Esistono quelle cose uniche, quelle voci che da solo possono radere al suolo una montagna e farci piombiare l’amore addosso cristallino. Beth Gibbons è una di quelle, dalla fragilità l’anima di una forza che abbaglia ad ogni parola. Conosciuta per essere la voce dei Portishead con Geoff Barrow ha dato via a una di quelle esperienze che hanno segnato inevitabilmente le strade musicali del novecento, da Bristol direttamente nella leggenda.

    La fragilità di una donna che sembra così minuta, i capelli biondi così timidamente ordinari come il look perfettamente normale senza concessioni a qualche segno distintivo da star, nessuna moda. La forza che risiede nel corpo e che può incendiare qualsiasi cuore, quando da quella figura esile escono le parole si apre uno scenario infinito come una cascata improvvisa dopo un temporale. Il guizzo negli occhi però lo vedi, la luce brilla e sai che quando suonano le canzoni dei Portishead lei Beth sarà li ad accompagnarti nel pronfondo di attimi unici. Fra la chitarra di The Rip (da “Third”, nuovo disco uscito di recente) e il sintetizzatore che sale, la voce sfonda ogni barriera e sotto il vuoto. Perdersi.

     
  • astrodomini 1:38 am on March 25, 2008 Permalink | Replica |  

    fine pena mai. 

    La depravazione. Forse è questo il filo conduttore di un film fra i più duri del cinema italiano recente, la depravazione di un mondo e di persone che hanno sovvertito completamente la morale e i valori in un oblio senza freni verso l’autodistruzione. Antonio Perrone vive fra noi, in qualche carcere italiano a scontare una pena probabilmente senza fine (49 anni) per associazione mafiosa. Antonio Perrone è stato un criminale, dallo spaccio a entrare a far parte della Sacra Corona Unità nel Salento. La vicenda di Antonio Perrone è usata dagli esordienti Davide Berletti e Lorenzo Conte per raccontare una storia al contrario, una storia dalle tinte infernali e fosche in una terra che per molti troppi anni ha vissuto nella paura e appunto, nella depravazione. Un film che riesce a distaccare (volutamente) lo spettatore e a rendere le vicende nella loro effettiva crudeltà, spietatezza, avidità e mancanza di umanità, una pellicola che guarda un mondo bestiale con occhio volutamente poco umano. Certo restano i sentimenti, una donna accanto (una Valentina Cervi piuttosto insipida) che non potrà più avere un marito su cui contare e un figlio senza un padre a crescerlo. I sentimenti però sono sullo sfondo, davanti una vicenda schiacciante, avvilente, spietata come un pugno in pieno stomaco. Colori scuri, lunghi silenzi, nessuna visione epica a farci simpatizzare con i criminali. Una pellicola asettica e brutale, proprio per questo reale.

     
  • astrodomini 1:17 am on February 18, 2008 Permalink | Replica |  

    night time stories. 


    La House indefinibile, potente, senza limiti ne barriere, esplosiva, colorata. Robert Owens è da sempre una voce, un anima di tutto ciò, uno che la House ha contribuito a renderla paradiso, inferno, apoteosi sensitiva. Nelle tenebre di un elettronica sempre più clichè la luce del suono che fu leggenda, l’immortalità.
    Perchè è questo che rappresenta “Night Time Stories” (2008, Compost) nuovo disco di Owens uscito dopo anni di relativo silenzio passati a curare la propria libreria, quando la House sentiva i propri discepoli perdere la strada ci ha inviato ancora una volta un pastore a ricondurci nel gregge. Nella noia del suono minimale (da cui si salvano pochi e sparuti produttori) il ritorno delle sonorità storiche, delle vocali tremendamente chicago, dei sintetizzatori urlanti e avvolgenti nell’eterno rito tribale che da sempre ha reso la house americana adrenalina pura.
    Perchè dall’intro all’outro e forza pura che si materializza in brani di ampio respiro dall’appeal unico su cui trionfa un immensa New World capace di iniziare con una cassa micidiale e poi lanciare lo spirito nell’immensità di un ora avvolgente come da molto tempo non capitava di sentire su un disco. La mano della vecchia scuola si destreggia inimitabile come la bacchetta di uno stregone, il disco suona fresco quanto aggressivo; se con “No Politics” Quentin Harris aveva messo i paletti del nuovo sound di NY questo “Night Time Stories” è il regalo di Owens al mondo, una luce mai così importante.
     
    • ID 5:03 pm on Febbraio 18, 2008 Permalink | Replica

      ma non ti sei un po’ scocciato di seguire/emulare zingales? senza cattiveria ma i tuoi numeri ce li hai.

    • astrodomini 5:12 pm on Febbraio 18, 2008 Permalink | Replica

      se consiglia dischi di questo spessore no di certo! :D
      comunque non credo di emularlo ma piuttosto di condividere con lui una passione per certa house e se un disco è incredibile ne parlo, zingales o non zingales.
      piuttosto ci sono tanti dischi di cui non ho ancora parlato per mancanza di tempo che con zingales c’entrano davvero poco. continua a leggere e vedrai.. :)

    • ID 5:41 pm on Febbraio 18, 2008 Permalink | Replica

      ciao, sei stato carino a non imbufalirti: ho riletto il mio commento ed era in effetti un po’ caustico. troppo netto. volevo dire semplicemente che mi capita ognitanto di venire su questo blog e noto una certa vicinanza con zingales quando si parla di musica non solo sui dischi scelti ma anche su un certo uso della metafore, su una certa “filosofia” della musica house (come entità estetica ineffabile, come musica che preserva una certa idea di salvazione “nera”) ecc..ecc… ma mi pare che tu abbia molta stoffa e sai coinvolgere il lettore nelle tue passioni ecco perchè il commento. perdona il tono comunque e continuerò a leggerti con il consueto piacere.

    • astrodomini 7:10 pm on Febbraio 18, 2008 Permalink | Replica

      macchè imbufalirmi, le critiche mi fanno più piacere dei commenti positivi! :)
      per il resto non sono un grande ammiratore dello zingales scrittore quindi penso che le parole siano tutte farina del mio sacco, la visione della house è innata in me da tantissimi anni e credo che la percepisca in maniera molto simile allo zingo (ed è qui secondo me la sola somiglianza, la percezione). ritorna quando vuoi, la cosa mi farebbe molto piacere.

    • Chengtu 12:59 am on Giugno 19, 2008 Permalink | Replica

      Somehow i missed the point. Probably lost in translation :) Anyway … nice blog to visit.

      cheers, Chengtu.

  • astrodomini 11:32 pm on January 12, 2008 Permalink | Replica |  

    too many word, too many words. 


    Il periodo esami invernali è decisamente il più brutto dell’anno; terminano le feste e ciò che resta sono due mesi o più di studio e giornate fredde e piovose come questo sabato noioso e terribilmente umido. Un altro anno è terminato e altri mesi e stagioni ci aspettano, stagioni che per me saranno come ogni anno fatte sicuramente di canzoni. 
    Canzoni che sono la gioia di ogni giorno e la felicità di riascoltarle, momenti di tedio quotidiano o di autobus che ti porta per la città, attese e persone che passano veloci, sguardi e attimi che fuggono perdendosi nelle note. Le canzoni che mi hanno colpito in questi ultimi mesi, consigli e attimi di grande musica, sensazioni e attimi.
     
    Low/Words da “I Could Live In Hope” (1994, Vernon Yard)
     
    Ho dedicato a loro la foto perchè questa è una canzone che ha letteralmente stregato da subito e che puntualmente ritorna nella mia vita. La sospesione della musica dei Low e il loro incidere lento che ti avvolge e stordisce dolcemente, la loro intensità e quel cantato unico ad aprire un disco stupendo con una delle cose più belle mai incise.
     
    Cat Power/Love & Communication da “The Greatest” (2006, Matador)
     
    Cat Power è come la mia gatta, si dimena e non sa stare ferma, ha un anima irrequieta ma quando è assorta è uno spettacolo. Uno spettacolo che Chan riesce  a sintetizzare in tutti i suoi dischi spargendolo in canzoni uniche che spiazzano come questo pezzo quasi a singhiozzo sulle montagne russe in costante saliscendi rockeggiante, profondo, unico e così terribilmente blues.
     
    Sam Cooke/Bring It On Home To Me da “Live At The Harlem Square Club, 1963″ (1963, RCA)
     
    La chiamavano anima e in lei era percettibile ogni singola sfumatura dell’uomo, proprio per questo fu una delle musiche più belle mai create. Sam Cooke ne fu uno dei grandi padri e questo live è una delle più belle e profonde registrazioni mai messe su disco, questa una di quelle canzoni totalizzanti nel loro parlare di coppia e d’amore nel suo lato più bizzarro, passionale, animalesco e tremendamente profondo come solo quel sentimento sa regalare. Il ritmo è martellante e l’eccitazione palpabile, l’esaltazione nelle parole di Sam e un pubblico impazzito, il desiderio che ho ogni volta di cantarla a squarciagola e un brivido che sale ogni volta che sento quella voce così roca e tremendamente nera. Emozioni.
     
    Dudley Perkins/Inside da “Expressions (2012 A.U.)” (2006, Stones Throw)
     
    Quando il funk non è mai morto ma vive, le basi di Madlib più terribilmente black e un cantato ruffiano, lento e che va dritto a toccare i tasti del cuore. Non è tutta durezza quella che avvolge il cuore del rap.
     
    Jens Lekman/The Opposite Of Hallelujah da “Night Falls Over Kortedala” (2007, Secretly Canadian)
     
    Sarà che oggi sono stato all’Ikea e sono passato per il negozio delle specialità svedesi ma il nordico folletto una citazione di tutto rispetto se la merita eccome, lui dice di aver voluto a tutti i costi questa canzone smiconosciuta del suo repertorio nel nuovo splendido disco e c’è da dire che ora non saprei come vivere senza di lei. Perchè è gioco, ritmo, gioiosità tremolante, pop sbilenco ma così melodico e piacevole che il groove lo senti anche se non c’è. Un ascolto e sei innamorato.
     
    Loose Joints/Is It All Over My Face (Larry Levan Mix) da “The World Of Arthur Russell” (2004, Soul Jazz) 
     
    Non avevo capito Arthur Russell al primo ascolto e oggi è uno dei miei artisti preferiti, tante cose non capisco e le comprendo dopo anni. Però avevo capito che questo era uno dei pezzi disco più belli di sempre, la ruvidezza del beat scarno e sporco su cui si innesta la voce ripetitva, la mano di sua maestà Larry Levan su uno dei più grandi sperimentatori degli ultimi trentanni. Un emersione disco, la nascita di qualcosa di nuovo, fresh, un pezzo con un groove micidiale quanto minimale e sbilenco, palla di luce e impossibile stare fermi.
     
    The Sound/New Dark Age da “From The Lion’s Mouth” (2002, Renascent/Ristampa)
     
    Decadimento, tristezza, buio. Luci, bellezza, colori, elettronica visionarietà. I contrasti eterni degli anni ottanta fra paure e ritmo, bellezza e rassegnazione, rivolta e guadagno. Un era oscura in arrivo, il decadimento che si materializza e il ritmo che ne emerge incessante, la voce che emerge dal magma grigio. La potenza. 
     
     

     
     
c
scrivi un nuovo post
j
post successivo/commento successivo
k
post precedente/commento precedente
r
rispondi
e
modifica
o
mostra/nascondi commenti
t
torna a inizio pagina
l
go to login
h
show/hide help
esc
Annulla