ladies of the canyon.

30 07 2008

Forse non capirò mai l’universo femminile, forse è giusto così. Quando però le mie orecchie entrarono in contatto con la sublime voce di Joni Mitchell fu come un colpo di fulmine, una scoperta fondamentale giunta quasi per caso (ricordo ancora un articolo sulla rivista inglese Uncut che parlava dello splendido Blue, disco che di lì a poco sarebbe diventato uno dei miei preferiti in assoluto). Lei, Roberta Joan Anderson, cantante che con il suo folk intimo e delicato riuscì a marchiare in maniera indelebile gli anni sessanta e settanta senza troppo rumore, pittrice e poi musicista. Quel disco, Blue, intriso di amarezza sin da una copertina nella quale il viso di Joni trasfigura da un blue a tinte scure, un blue che nella mia mente non può che riportare al blues e alla sua storia nata nella sofferenza. Amarezza per una storia d’amore finita, amarezza e dolore che come spesso accade si trasformano in una prova di grandissima intensità che lascia letteralmente a bocca aperta. Ma Blue non è un episodio isolato, prima di lui c’è stato lo straordinario Ladies Of The Canyon in cui la poetica sognante e unica della Mitchell si rivelò al mondo raggiungendo l’apice nella splendida e molto nota Big Yellow Taxi (scritta durante un soggiorno alle Hawaii). Forse i due dischi che maggiormente mi restano nel cuore, vanno a toccare la profondità della mia passione per il folk e per le voci femminili. Ascoltate.

Questa invece è una scoperta recente, recentissima che mi permette però di viaggiare sempre sullo stesso binario. Una stupenda voce e una ricerca alle radici della musica tradizionale americana sono le direttive per raccontare la musica di Jolie Holland, texana fra i nomi più interessanti in circolazione. Se la proposta della Mitchell era forse più facile la Holland tre decenni più tardi propone una radicalizzazione del rapporto con il passato, una vicinanza stretta con il suo d’anteguerra che tanto è caro a chi scrive. Ma se il rischio di un riproponimento bolso e fuori tempo massimo di cose che hanno più otto decenni sulle spalle era dietro l’angolo la voce di Jolie e le sue capacità creative rendono i suoi dischi (io per ora mi sono soffermato su Catalpa del 2003 e Escondida del 2004, entrambi su Anti) straordinariamente unici e personali. Escono i suoni del passato ma il piglio è attuale e se nel lavoro del 2003 le cose sono più scarne ed essenziali in Escondida esce una vena che riprende sonorità Jazz (ovviamente primitivo) rendendo il disco pieno senza però appesantirlo, con la voce in primo piano e li strumenti che quasi la seguono in disparte. Un artista capace di grandi cose, da seguire.

Josephine Foster invece è una certezza, uscita negli ultimi anni sono riuscito a vederla dal vivo per ben due volte (rarità per le possibilità che il duo Udine/Padova mi concede). Freak fino al midollo, abiti retrò e un aria che sa tanto di comune anni sessanta in qualche zona sperduta del territorio americano. Josephine propone un folk essenziale, senza fronzoli e con scarno accompagnamento da vera cantautrice di classe quale è. Dopo alcuni dischi di buona qualità e attesa in questi giorni alla prova del fuoco con il nuovo This Coming Gladness, disco che dai primi ascolti si preannuncia rivoluzionario per lo stile della Foster. Entrano strumenti e il suono si fa più potente con un cantanto altalenante, a tratti blues e a tratti quasi sofferto e virtuoso che rende questo nuovo disco un passo fondamentale nella carriera della nostra Foster.

Spero che questo brevo percorso al femminile serva a qualcuno, ascoltate.





lie down in the light.

3 07 2008

Ormai da queste parti scrivo pochissimo e quando scrivo è sempre per parlare delle stesse cose, dopo una primavera decisamente impegnata un estate che per ora si preannuncia ballerina. Per fortuna che ad allietare giornate di studio, caldo e qualche volta divertimento ci pensa il nuovo stupendo gioiello firmato Will Oldham, uno che letteralmente non sbaglio un disco.

Ricordo ancora i tempi dei primi contatti, un articolo su Uncut e un istantanea repellenza per la sua aria da paffuto e noioso cantautore. Forse ero troppio giovane, forse ero semplicemente troppo stupido. Il ritorno di fiamma due anni dopo grazie a una canzone illuminante anche se scura, tetra quanto immensa nel suo non avere confini ed essere una delle cose più commoventi e profonde che abbia mai ascoltato: I See A Darkness (dall’omonimo disco uscito nel 1999). Da quella canzone e da quel disco fu amore, puro. Una riscoperta frenetica del materiale inciso, ogni nota e ogni parole una passione che cresceva, in pochi mesi Will Oldham è diventato per me uno dei pochi punti fermi musicali.

Punto fermo con la sicurezza di una continuità qualitativa incredibile, un disco dopo l’altro senza calare mai, canzoni stupende che fanno seguito a canzoni stupende ed emozioni che sembrano non trovare fine. La bellezza di ascoltare per la prima volta Lie Down In The Light (uscito recentemente su Saddle Creek) un momento di rara pace interiore, la sicurezza di tornare a casa e trovare le solite cose, ordinarie quanto teneramente normali ma allo stesso tempo belle. Canzoni che si snodano in un territorio cantautorale prettamente americano, che strizza l’occhiolino al country e a suoni tradizionali e profondamente ancorati in un retroterra recente quanto fondamentale. La voce a disegnare canzoni magnifiche che si muovono fra strutture semplici, atmosfere intime e melodie mai così azzeccate e avvolgenti (qua e la coadiuvate da una voce femminile che le rende ancora più incisive). Cose che colpiscono nel cuore, rendono la notte e il suo silenzio qualcosa di ancor più speciale, un mondo che sento fortemente mio e che riesce a donare gioia in un mondo in cui ne abbiamo tutti terribilmente bisogno.





beth.

22 04 2008

Esistono quelle cose uniche, quelle voci che da solo possono radere al suolo una montagna e farci piombiare l’amore addosso cristallino. Beth Gibbons è una di quelle, dalla fragilità l’anima di una forza che abbaglia ad ogni parola. Conosciuta per essere la voce dei Portishead con Geoff Barrow ha dato via a una di quelle esperienze che hanno segnato inevitabilmente le strade musicali del novecento, da Bristol direttamente nella leggenda.

La fragilità di una donna che sembra così minuta, i capelli biondi così timidamente ordinari come il look perfettamente normale senza concessioni a qualche segno distintivo da star, nessuna moda. La forza che risiede nel corpo e che può incendiare qualsiasi cuore, quando da quella figura esile escono le parole si apre uno scenario infinito come una cascata improvvisa dopo un temporale. Il guizzo negli occhi però lo vedi, la luce brilla e sai che quando suonano le canzoni dei Portishead lei Beth sarà li ad accompagnarti nel pronfondo di attimi unici. Fra la chitarra di The Rip (da “Third”, nuovo disco uscito di recente) e il sintetizzatore che sale, la voce sfonda ogni barriera e sotto il vuoto. Perdersi.





fine pena mai.

25 03 2008

La depravazione. Forse è questo il filo conduttore di un film fra i più duri del cinema italiano recente, la depravazione di un mondo e di persone che hanno sovvertito completamente la morale e i valori in un oblio senza freni verso l’autodistruzione. Antonio Perrone vive fra noi, in qualche carcere italiano a scontare una pena probabilmente senza fine (49 anni) per associazione mafiosa. Antonio Perrone è stato un criminale, dallo spaccio a entrare a far parte della Sacra Corona Unità nel Salento. La vicenda di Antonio Perrone è usata dagli esordienti Davide Berletti e Lorenzo Conte per raccontare una storia al contrario, una storia dalle tinte infernali e fosche in una terra che per molti troppi anni ha vissuto nella paura e appunto, nella depravazione. Un film che riesce a distaccare (volutamente) lo spettatore e a rendere le vicende nella loro effettiva crudeltà, spietatezza, avidità e mancanza di umanità, una pellicola che guarda un mondo bestiale con occhio volutamente poco umano. Certo restano i sentimenti, una donna accanto (una Valentina Cervi piuttosto insipida) che non potrà più avere un marito su cui contare e un figlio senza un padre a crescerlo. I sentimenti però sono sullo sfondo, davanti una vicenda schiacciante, avvilente, spietata come un pugno in pieno stomaco. Colori scuri, lunghi silenzi, nessuna visione epica a farci simpatizzare con i criminali. Una pellicola asettica e brutale, proprio per questo reale.





night time stories.

18 02 2008


La House indefinibile, potente, senza limiti ne barriere, esplosiva, colorata. Robert Owens è da sempre una voce, un anima di tutto ciò, uno che la House ha contribuito a renderla paradiso, inferno, apoteosi sensitiva. Nelle tenebre di un elettronica sempre più clichè la luce del suono che fu leggenda, l’immortalità.
Perchè è questo che rappresenta “Night Time Stories” (2008, Compost) nuovo disco di Owens uscito dopo anni di relativo silenzio passati a curare la propria libreria, quando la House sentiva i propri discepoli perdere la strada ci ha inviato ancora una volta un pastore a ricondurci nel gregge. Nella noia del suono minimale (da cui si salvano pochi e sparuti produttori) il ritorno delle sonorità storiche, delle vocali tremendamente chicago, dei sintetizzatori urlanti e avvolgenti nell’eterno rito tribale che da sempre ha reso la house americana adrenalina pura.
Perchè dall’intro all’outro e forza pura che si materializza in brani di ampio respiro dall’appeal unico su cui trionfa un immensa New World capace di iniziare con una cassa micidiale e poi lanciare lo spirito nell’immensità di un ora avvolgente come da molto tempo non capitava di sentire su un disco. La mano della vecchia scuola si destreggia inimitabile come la bacchetta di uno stregone, il disco suona fresco quanto aggressivo; se con “No Politics” Quentin Harris aveva messo i paletti del nuovo sound di NY questo “Night Time Stories” è il regalo di Owens al mondo, una luce mai così importante.




too many word, too many words.

12 01 2008


Il periodo esami invernali è decisamente il più brutto dell’anno; terminano le feste e ciò che resta sono due mesi o più di studio e giornate fredde e piovose come questo sabato noioso e terribilmente umido. Un altro anno è terminato e altri mesi e stagioni ci aspettano, stagioni che per me saranno come ogni anno fatte sicuramente di canzoni. 
Canzoni che sono la gioia di ogni giorno e la felicità di riascoltarle, momenti di tedio quotidiano o di autobus che ti porta per la città, attese e persone che passano veloci, sguardi e attimi che fuggono perdendosi nelle note. Le canzoni che mi hanno colpito in questi ultimi mesi, consigli e attimi di grande musica, sensazioni e attimi.
 
Low/Words da “I Could Live In Hope” (1994, Vernon Yard)
 
Ho dedicato a loro la foto perchè questa è una canzone che ha letteralmente stregato da subito e che puntualmente ritorna nella mia vita. La sospesione della musica dei Low e il loro incidere lento che ti avvolge e stordisce dolcemente, la loro intensità e quel cantato unico ad aprire un disco stupendo con una delle cose più belle mai incise.
 
Cat Power/Love & Communication da “The Greatest” (2006, Matador)
 
Cat Power è come la mia gatta, si dimena e non sa stare ferma, ha un anima irrequieta ma quando è assorta è uno spettacolo. Uno spettacolo che Chan riesce  a sintetizzare in tutti i suoi dischi spargendolo in canzoni uniche che spiazzano come questo pezzo quasi a singhiozzo sulle montagne russe in costante saliscendi rockeggiante, profondo, unico e così terribilmente blues.
 
Sam Cooke/Bring It On Home To Me da “Live At The Harlem Square Club, 1963″ (1963, RCA)
 
La chiamavano anima e in lei era percettibile ogni singola sfumatura dell’uomo, proprio per questo fu una delle musiche più belle mai create. Sam Cooke ne fu uno dei grandi padri e questo live è una delle più belle e profonde registrazioni mai messe su disco, questa una di quelle canzoni totalizzanti nel loro parlare di coppia e d’amore nel suo lato più bizzarro, passionale, animalesco e tremendamente profondo come solo quel sentimento sa regalare. Il ritmo è martellante e l’eccitazione palpabile, l’esaltazione nelle parole di Sam e un pubblico impazzito, il desiderio che ho ogni volta di cantarla a squarciagola e un brivido che sale ogni volta che sento quella voce così roca e tremendamente nera. Emozioni.
 
Dudley Perkins/Inside da “Expressions (2012 A.U.)” (2006, Stones Throw)
 
Quando il funk non è mai morto ma vive, le basi di Madlib più terribilmente black e un cantato ruffiano, lento e che va dritto a toccare i tasti del cuore. Non è tutta durezza quella che avvolge il cuore del rap.
 
Jens Lekman/The Opposite Of Hallelujah da “Night Falls Over Kortedala” (2007, Secretly Canadian)
 
Sarà che oggi sono stato all’Ikea e sono passato per il negozio delle specialità svedesi ma il nordico folletto una citazione di tutto rispetto se la merita eccome, lui dice di aver voluto a tutti i costi questa canzone smiconosciuta del suo repertorio nel nuovo splendido disco e c’è da dire che ora non saprei come vivere senza di lei. Perchè è gioco, ritmo, gioiosità tremolante, pop sbilenco ma così melodico e piacevole che il groove lo senti anche se non c’è. Un ascolto e sei innamorato.
 
Loose Joints/Is It All Over My Face (Larry Levan Mix) da “The World Of Arthur Russell” (2004, Soul Jazz) 
 
Non avevo capito Arthur Russell al primo ascolto e oggi è uno dei miei artisti preferiti, tante cose non capisco e le comprendo dopo anni. Però avevo capito che questo era uno dei pezzi disco più belli di sempre, la ruvidezza del beat scarno e sporco su cui si innesta la voce ripetitva, la mano di sua maestà Larry Levan su uno dei più grandi sperimentatori degli ultimi trentanni. Un emersione disco, la nascita di qualcosa di nuovo, fresh, un pezzo con un groove micidiale quanto minimale e sbilenco, palla di luce e impossibile stare fermi.
 
The Sound/New Dark Age da “From The Lion’s Mouth” (2002, Renascent/Ristampa)
 
Decadimento, tristezza, buio. Luci, bellezza, colori, elettronica visionarietà. I contrasti eterni degli anni ottanta fra paure e ritmo, bellezza e rassegnazione, rivolta e guadagno. Un era oscura in arrivo, il decadimento che si materializza e il ritmo che ne emerge incessante, la voce che emerge dal magma grigio. La potenza. 
 
 

 




spingendo la notte più in là.

1 01 2008

Le parole sono di Tonino Milite e danno il titolo al libro scritto recentemente da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso il 17 Maggio del 1972 da militanti dell’ultrasinistra. Morte annunciata la sua, morte nata dalla martellante campagna diffamatoria e violenta di Lotta Continua che vide schierarsi in prima linea intellettuali e personalità che oggi sono considerate intoccabili o occupano ruoli di importanza rilevante (è il caso di Paolo Mieli, firmatario di questo terribile manifesto e oggi direttore del Corriere Della Sera) nel mondo politico e culturale italiano.  Morte succeduta a quella del militante anarchico Giuseppe Pinelli morto nel 1969 a causa di una caduta accidentale da una finestra della questura di Milano in seguito al fermo (poi rilevatosi illegale) conseguente alla strage di Piazza Fontana. Una morte di cui Lotta Continua e buona parte della sinistra extraparlamentare e intellettuale incolparono proprio Luigi Calabresi, conoscente di Pinelli (tanto da riceverne in regalo “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters) e non presente al momento della fatale caduta. Una campagna feroce e carica di odio in un periodo fra i più bui e violenti nella storia recente del nostro paese, un attacco che portò alla morte di Calabresi ucciso mentre si apprestava a raggiungere la 500 blu della moglie Gemma una mattina di Maggio del 1972.

Un caso eclatante che ha segnato quel periodo, sia per lo schieramento compatto di grandi personalità contro la figura innocente del commissario Calabresi sia per il perpetrarsi negli anni della dolorosa ferita vuoi per il processo contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani (conclusosi con una condanna a ventanni) e il perpetrarsi continuo delle accuse infondate a Calabresi (dimostrate false dalla minuziosa indagine del magistrato Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore) da parte dei rami più estremi della sinistra incapace di abbandonare la via della contrapposizione violenta e della simpatia per un metodo brutale e incivile come il terrorismo. Un caso che ha avuto stupendo e commovente racconto nel libro del figlio Mario (oggi corrispondente da New York per La Repubblica), un libro piccolo e scritto a caratteri grandi edito da Mondadori e testimonianza preziosa, unica, diretta e didattica sul dolore, la speranza e la forza umana.

Un libro che non parla solo di Mario, della madre Gemma e della famiglia, un libro che apre delicatamente uno squarcio ancora aperto e spesso grondante di rancore e odio. Lo squarcio delle vittime, spesso innocenti, spesso inutili di carnefici senza senno ne logica se non quella della follia politica, dell’egocentrismo e del giocare a una rivoluzione persa in partenza con l’uso della violenza, della prevaricazione, dell’omicidio indiscriminato o mirato per valori sbagliati. Una generazione uccisa nella culla, le speranze sotterrate dai proiettili, il sorriso di tante persone sparito nelle bombe e nella violenza di un mondo che aveva smesso lentamente di sperare, di uno Stato insicuro e molto probabilmente complice, una società in punto di morte. Ma nel buio la luce degli eroi morti per caso, morti per le proprie idee e le proprie prese di posizioni, per illazioni o errori, morti spesso per nulla. La luce di una società civile che diceva un no chiaro al terrorismo, la luce di tanti operai e individui che si opponevano alla logica dello scontro di piazza, della violenza senza mezzi termini. Una luce che sembra morire ogni qualvolta ci sono i terroristi alla televisione, sui giornali, a parlare di lavoro nelle università, accanto alle lapidi che ricordano i caduti innocenti, allo strazio di vedere persone che con un minimo di moralità dovevano relegare se stessi al silenzio civile parlare liberamente dove non dovrebbero comparire. L’indecenza di vederli sedere in parlamento e il dolore per le vittime dimenticate, mai risarcite ne aiutate, spesso vilipese nella memoria, la mancanza di rispetto da parte di uno Stato che sembra non voler rispettare, ricordare i suoi figli morti senza una ragione.

Passano gli anni ma le cose sembrano cambiare lentamente, la gente dimentica, i giovani non sanno e i vecchi hanno paura a ricordare loro cosa sono stati e cos’era il nostro paese pochi decenni orsono, le vittime sono monumenti e lapidi (quando ci sono), parole spesso lasciate cadere, vite che vivono in pochi cuori in un paese come non mai lontano da ciò che era e da ciò che ha creato. A noi non resta che spingere la notte più in là e tentare di dare un senso al ricordo, appunto.





you are never alone.

24 11 2007

Forse non avevo posto troppa attenzione alla musica di Vic Chesnutt, di sicuro non era il momento giusto per godere di questi suoni, forse era il clima o semplicemente l’attenzione in un estate senza troppa voglia di soffermarsi a pensare.

Ma la musica che ami è come una persona a cui sei legato e lo sarai sempre, rispunta prima o poi quando meno te lo aspetti, torna a farti innamorare, a inebriarti o a ricordarti momenti belli o tristi, gioiosi o malinconici. Sì perchè North Star Deserter (2007, Constellation) non è neanche finito che è già nella scatolone della musica unica, mia, intoccabile, cose del cuore forse. Vibrante e tesa in malinconia, forza a tinte scure, delicata e sospesa la voce di Vic fra chitarre semplici e spunti estremi dilatati nella lentezza dei pensieri e delle giornate. Perchè sono suoni dell’anima, profondi e unici come le sensazioni che l’uomo prova nella sua vita, delicate come un campo di fiori o dissonanti e rumorose come un temporale, a tratti distanti come l’incomunicabilità, tutte terribilmente umane e per questo nostre.

Perchè il cantautorato americano tocca le corde profonde, come il folk, come tutto ciò che viene da una chitarra e una voce in inglese che ha voglia di raccontare la vita, i suoi attimi e le sue sospensioni, le sue gioie e le sue lente riprese, il sole e i colori che percepiamo, la felicità e l’odio, l’imcomprensione e l’amore.. e io amo perdermi in tutto ciò, nella voce di Vic e nel suono di una chitarra a tratti lontana, a tratti vicina.





colors and the kids.

27 10 2007

C’è qualcosa nella musica di Chan Marshall ai più conosciuta come Cat Power che sfugge impalpabile, qualcosa di semplice, profondo che rende le opere della cantautrice americana veri e propri gioielli, opere da amare in blocco. Sì perchè non c’è un disco della carriera più che decennale della georgiana dagli occhi di cerbiatta che mi abbia deluso, un percorso forse unico, sicuramente stupendo che ha portato il suono da un richiamo a certe sonorità dilatate a un percorso quasi a ritroso verso forme più intimiste e complesse, sempre con quella semplicità che ne contraddistingue le canzoni, cose che sanno andare dritte al cuore e lì restano. Canzoni come la splendida “Colors And The Kids” (Moon Pix, 199 8) da distendersi in un prato verde in mezzo ai mille colori che solo la natura sa regalarci o la sublime  “Where Is My Love?” (The Greatest, 2005) malinconica e triste quanto piena di forza e incantevole nella sua bellezza, brani, parole, atmosfere uniche che sanno di tradizione quanto di un cantautorato a tratti non usuale, di eterna ricerca di collocazione nel mondo. Un animo forse tormentato, forse unico, suoni stupendi e cose che se capite non le scordi più.

La Svezia immagino sia stupenda, a livello paesaggistico immagini, colori vivi, acqua, suolo e momenti incredibili nella normalità immensa della natura che sa racchiudere nel normale lo splendido, l’infinito. Forse è la nascita che porta con se queste caratteristiche nella musica di Jens Lekman, forse è la personalità, forse niente di tutto questo e si tratta di semplicità, ispirazione. Perchè quando arrivi al terzo album (Night Falls Over Kortedala, 2007) e sei ancora lì a regalarci momenti splendidi, melodie un cantautorato pop sopraffino qualcosa di speciale in te ci deve essere, non sarà il miele ma una capacità di incanalare emozioni in suoni delicati, trovate accattivanti, sensibilità retrò e uno stile che risulta unico, come i colori della Svezia. “The Opposite Of Hallelujah” poi è un pezzo che non stanca, non stanca mai.





she doesn’t know who she wants to be.

5 10 2007

Se dovessi citare un gruppo di cui mi sono innamorato (veramente) negli ultimi due anni citerei senza dubbio gli Okkervil River da Austin. Le motivazioni sono tante e sono una sola: la musica. Una musica semplice, essenziale, dai richiami folk e rock ma allo stesso tempo ricercata, accattivante, coinvolgente, dolce e triste insieme. Tanti dischi al loro attivo ma un successo giunto solo due anni fa con lo splendido “Black Sheep Boy”, un lavoro di splendido folk-rock fra i miei dischi preferiti degli anni duemila (almeno uno di quelli che riascolto molto spesso e con estremo piacere) a cui fa seguito il nuovo lavoro di recente uscita con il titolo “The Stage Names” sempre sulla benemerita Jagjaguwar.

Ecco, tempo fa scrissi da queste parti che era un nuovo fantastico disco senza però riuscire ad assaporarlo fino in fondo, dopo ascolti veloci e poco profondi, in un estate in cui preferivo le frivolezze ai grandi tesori. Ebbene dopo tanti ascolti un forziere si è aperto ai miei occhi, la musica di “The Stage Names” si è aperta come un calediscopio di nuovi colori, suoni, melodie e parole rese stupende dalla voce altalenante e a tratti isterica di Will Sheff. Un disco autunnale, estivo e invernale allo stesso tempo, da tramonti gelidi e albe in cui la notte sembra sempre troppo corta, canzoni sulle quali restare attoniti a guardare le cose che scorrono e il mondo che ci gira intorno. Ed è sul mondo che mi gira intorno che imbastisco i miei pensieri in queste mattine di Ottobre non ancora fredde, preludio di giornate soleggiate e primi giorni di università, sorrisi e persone ritrovate, nuove conoscenze e una Padova che mai come in questi mesi sembra vivere e splendere di luce propria, pensieri del mattino fra la gente che gira e se ne va, io ho nelle cuffie “A Girl In Port” e tutto sembra così fermo, incantato.

Ma non si vive solo di Texas e c’è un altro gruppo che negli ultimi tempo ho voluto approfondire nella sua recente evoluzione fra due dischi che segnano a mio parere il loro apice creativo. Trattasi degli Animal Collective da Baltimora ed è appena uscito il loro ultimo lavoro su Domino dal titolo “Strawberry Jam”. Possiamo concretamente gridare al miracolo animale perchè questo disco sintetizza nelle sue canzoni un percorso che ha lambito le coste del pop come della sperimentazioni e del suono dilatato, una carriera fra i mostri sacri della nuova scena indipendente e del nuovo modo di fare rock negli ultimi tempi (in una parola sola “ibrido”). Il suono è perfetto, le canzoni sono tutte splendide e la voce non risulta sgradevole (inizialmente sì ma dopo qualche ascolto mi sono ricreduto) ma è il completamento giusto per un disco che suona perfettamente pop ma anche sperimentale, qualcosa che ricorda molto i miracoli dei Talking Heads aggiornati agli anni che stiamo vivendo. Un piccolo capolavoro che farà bella figura nelle classifiche di fine anno, la chiusura di un cerchio forse per riaprirne uno nuovo o per ampliarlo, comunque un punto di arrivo (o di partenza?). Per comprendere meglio e tappare i buchi della memoria ho ripreso in mano anche il precedente “Feels” (2005, Fat Cat) e la sorpresa è stata di ritrovare un disco splendido dopo molto tempo, gli Animal Collective nella loro versione più ambientale e libera, dilatata, visionaria con una voce che sembra perdersi nei meandri dei suoni da tunnel, degli echi, della musica onirica e allo stesso piena, finita. Loro hanno cambiato, hanno riunito le molteplici facce in un unico splendido lavoro, “Strawberry Jam” non è “Feels 2.0″ ma la sintesi di un carriera da protagonisti.