Posts Mentioning RSS Toggle Comment Threads | Scorciatoie da tastiera

  • astrodomini 11:50 am on October 27, 2007 Permalink | Replica  

    colors and the kids. 

    C’è qualcosa nella musica di Chan Marshall ai più conosciuta come Cat Power che sfugge impalpabile, qualcosa di semplice, profondo che rende le opere della cantautrice americana veri e propri gioielli, opere da amare in blocco. Sì perchè non c’è un disco della carriera più che decennale della georgiana dagli occhi di cerbiatta che mi abbia deluso, un percorso forse unico, sicuramente stupendo che ha portato il suono da un richiamo a certe sonorità dilatate a un percorso quasi a ritroso verso forme più intimiste e complesse, sempre con quella semplicità che ne contraddistingue le canzoni, cose che sanno andare dritte al cuore e lì restano. Canzoni come la splendida “Colors And The Kids” (Moon Pix, 1998) da distendersi in un prato verde in mezzo ai mille colori che solo la natura sa regalarci o la sublime  “Where Is My Love?” (The Greatest, 2005) malinconica e triste quanto piena di forza e incantevole nella sua bellezza, brani, parole, atmosfere uniche che sanno di tradizione quanto di un cantautorato a tratti non usuale, di eterna ricerca di collocazione nel mondo. Un animo forse tormentato, forse unico, suoni stupendi e cose che se capite non le scordi più.

    La Svezia immagino sia stupenda, a livello paesaggistico immagini, colori vivi, acqua, suolo e momenti incredibili nella normalità immensa della natura che sa racchiudere nel normale lo splendido, l’infinito. Forse è la nascita che porta con se queste caratteristiche nella musica di Jens Lekman, forse è la personalità, forse niente di tutto questo e si tratta di semplicità, ispirazione. Perchè quando arrivi al terzo album (Night Falls Over Kortedala, 2007) e sei ancora lì a regalarci momenti splendidi, melodie un cantautorato pop sopraffino qualcosa di speciale in te ci deve essere, non sarà il miele ma una capacità di incanalare emozioni in suoni delicati, trovate accattivanti, sensibilità retrò e uno stile che risulta unico, come i colori della Svezia. “The Opposite Of Hallelujah” poi è un pezzo che non stanca, non stanca mai.

     
    • chia 7:02 pm on Ottobre 28, 2007 Permalink | Replica

      toh mica lo sapevo che fosse uscito il terzo album! lo devo sentire subito!!
      tra l’altro non so che è ma è qualche mese che sto facendo il pieno di musica svedese. e pure involontariamente, perchè in genere lo scopro sempre dopo.

    • astrodomini 5:50 pm on Ottobre 29, 2007 Permalink | Replica

      anche io lo avevo un pochino perso di vista (mi erano piaciuti gli altri dischi, questo è sicuro) ma con lui è sempre amore al primo ascolto, ha quel qualcosa in più. un giorno dovrei andare al nord anche io, un giorno.

  • astrodomini 10:41 pm on October 5, 2007 Permalink | Replica  

    she doesn’t know who she wants to be. 

    Se dovessi citare un gruppo di cui mi sono innamorato (veramente) negli ultimi due anni citerei senza dubbio gli Okkervil River da Austin. Le motivazioni sono tante e sono una sola: la musica. Una musica semplice, essenziale, dai richiami folk e rock ma allo stesso tempo ricercata, accattivante, coinvolgente, dolce e triste insieme. Tanti dischi al loro attivo ma un successo giunto solo due anni fa con lo splendido “Black Sheep Boy”, un lavoro di splendido folk-rock fra i miei dischi preferiti degli anni duemila (almeno uno di quelli che riascolto molto spesso e con estremo piacere) a cui fa seguito il nuovo lavoro di recente uscita con il titolo “The Stage Names” sempre sulla benemerita Jagjaguwar.

    Ecco, tempo fa scrissi da queste parti che era un nuovo fantastico disco senza però riuscire ad assaporarlo fino in fondo, dopo ascolti veloci e poco profondi, in un estate in cui preferivo le frivolezze ai grandi tesori. Ebbene dopo tanti ascolti un forziere si è aperto ai miei occhi, la musica di “The Stage Names” si è aperta come un calediscopio di nuovi colori, suoni, melodie e parole rese stupende dalla voce altalenante e a tratti isterica di Will Sheff. Un disco autunnale, estivo e invernale allo stesso tempo, da tramonti gelidi e albe in cui la notte sembra sempre troppo corta, canzoni sulle quali restare attoniti a guardare le cose che scorrono e il mondo che ci gira intorno. Ed è sul mondo che mi gira intorno che imbastisco i miei pensieri in queste mattine di Ottobre non ancora fredde, preludio di giornate soleggiate e primi giorni di università, sorrisi e persone ritrovate, nuove conoscenze e una Padova che mai come in questi mesi sembra vivere e splendere di luce propria, pensieri del mattino fra la gente che gira e se ne va, io ho nelle cuffie “A Girl In Port” e tutto sembra così fermo, incantato.

    Ma non si vive solo di Texas e c’è un altro gruppo che negli ultimi tempo ho voluto approfondire nella sua recente evoluzione fra due dischi che segnano a mio parere il loro apice creativo. Trattasi degli Animal Collective da Baltimora ed è appena uscito il loro ultimo lavoro su Domino dal titolo “Strawberry Jam”. Possiamo concretamente gridare al miracolo animale perchè questo disco sintetizza nelle sue canzoni un percorso che ha lambito le coste del pop come della sperimentazioni e del suono dilatato, una carriera fra i mostri sacri della nuova scena indipendente e del nuovo modo di fare rock negli ultimi tempi (in una parola sola “ibrido”). Il suono è perfetto, le canzoni sono tutte splendide e la voce non risulta sgradevole (inizialmente sì ma dopo qualche ascolto mi sono ricreduto) ma è il completamento giusto per un disco che suona perfettamente pop ma anche sperimentale, qualcosa che ricorda molto i miracoli dei Talking Heads aggiornati agli anni che stiamo vivendo. Un piccolo capolavoro che farà bella figura nelle classifiche di fine anno, la chiusura di un cerchio forse per riaprirne uno nuovo o per ampliarlo, comunque un punto di arrivo (o di partenza?). Per comprendere meglio e tappare i buchi della memoria ho ripreso in mano anche il precedente “Feels” (2005, Fat Cat) e la sorpresa è stata di ritrovare un disco splendido dopo molto tempo, gli Animal Collective nella loro versione più ambientale e libera, dilatata, visionaria con una voce che sembra perdersi nei meandri dei suoni da tunnel, degli echi, della musica onirica e allo stesso piena, finita. Loro hanno cambiato, hanno riunito le molteplici facce in un unico splendido lavoro, “Strawberry Jam” non è “Feels 2.0″ ma la sintesi di un carriera da protagonisti.

     
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