spingendo la notte più in là.

Le parole sono di Tonino Milite e danno il titolo al libro scritto recentemente da Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi ucciso il 17 Maggio del 1972 da militanti dell’ultrasinistra. Morte annunciata la sua, morte nata dalla martellante campagna diffamatoria e violenta di Lotta Continua che vide schierarsi in prima linea intellettuali e personalità che oggi sono considerate intoccabili o occupano ruoli di importanza rilevante (è il caso di Paolo Mieli, firmatario di questo terribile manifesto e oggi direttore del Corriere Della Sera) nel mondo politico e culturale italiano. Morte succeduta a quella del militante anarchico Giuseppe Pinelli morto nel 1969 a causa di una caduta accidentale da una finestra della questura di Milano in seguito al fermo (poi rilevatosi illegale) conseguente alla strage di Piazza Fontana. Una morte di cui Lotta Continua e buona parte della sinistra extraparlamentare e intellettuale incolparono proprio Luigi Calabresi, conoscente di Pinelli (tanto da riceverne in regalo “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters) e non presente al momento della fatale caduta. Una campagna feroce e carica di odio in un periodo fra i più bui e violenti nella storia recente del nostro paese, un attacco che portò alla morte di Calabresi ucciso mentre si apprestava a raggiungere la 500 blu della moglie Gemma una mattina di Maggio del 1972.
Un caso eclatante che ha segnato quel periodo, sia per lo schieramento compatto di grandi personalità contro la figura innocente del commissario Calabresi sia per il perpetrarsi negli anni della dolorosa ferita vuoi per il processo contro Sofri, Bompressi e Pietrostefani (conclusosi con una condanna a ventanni) e il perpetrarsi continuo delle accuse infondate a Calabresi (dimostrate false dalla minuziosa indagine del magistrato Gerardo D’Ambrosio, oggi senatore) da parte dei rami più estremi della sinistra incapace di abbandonare la via della contrapposizione violenta e della simpatia per un metodo brutale e incivile come il terrorismo. Un caso che ha avuto stupendo e commovente racconto nel libro del figlio Mario (oggi corrispondente da New York per La Repubblica), un libro piccolo e scritto a caratteri grandi edito da Mondadori e testimonianza preziosa, unica, diretta e didattica sul dolore, la speranza e la forza umana.
Un libro che non parla solo di Mario, della madre Gemma e della famiglia, un libro che apre delicatamente uno squarcio ancora aperto e spesso grondante di rancore e odio. Lo squarcio delle vittime, spesso innocenti, spesso inutili di carnefici senza senno ne logica se non quella della follia politica, dell’egocentrismo e del giocare a una rivoluzione persa in partenza con l’uso della violenza, della prevaricazione, dell’omicidio indiscriminato o mirato per valori sbagliati. Una generazione uccisa nella culla, le speranze sotterrate dai proiettili, il sorriso di tante persone sparito nelle bombe e nella violenza di un mondo che aveva smesso lentamente di sperare, di uno Stato insicuro e molto probabilmente complice, una società in punto di morte. Ma nel buio la luce degli eroi morti per caso, morti per le proprie idee e le proprie prese di posizioni, per illazioni o errori, morti spesso per nulla. La luce di una società civile che diceva un no chiaro al terrorismo, la luce di tanti operai e individui che si opponevano alla logica dello scontro di piazza, della violenza senza mezzi termini. Una luce che sembra morire ogni qualvolta ci sono i terroristi alla televisione, sui giornali, a parlare di lavoro nelle università, accanto alle lapidi che ricordano i caduti innocenti, allo strazio di vedere persone che con un minimo di moralità dovevano relegare se stessi al silenzio civile parlare liberamente dove non dovrebbero comparire. L’indecenza di vederli sedere in parlamento e il dolore per le vittime dimenticate, mai risarcite ne aiutate, spesso vilipese nella memoria, la mancanza di rispetto da parte di uno Stato che sembra non voler rispettare, ricordare i suoi figli morti senza una ragione.
Passano gli anni ma le cose sembrano cambiare lentamente, la gente dimentica, i giovani non sanno e i vecchi hanno paura a ricordare loro cosa sono stati e cos’era il nostro paese pochi decenni orsono, le vittime sono monumenti e lapidi (quando ci sono), parole spesso lasciate cadere, vite che vivono in pochi cuori in un paese come non mai lontano da ciò che era e da ciò che ha creato. A noi non resta che spingere la notte più in là e tentare di dare un senso al ricordo, appunto.