fine pena mai.

La depravazione. Forse è questo il filo conduttore di un film fra i più duri del cinema italiano recente, la depravazione di un mondo e di persone che hanno sovvertito completamente la morale e i valori in un oblio senza freni verso l’autodistruzione. Antonio Perrone vive fra noi, in qualche carcere italiano a scontare una pena probabilmente senza fine (49 anni) per associazione mafiosa. Antonio Perrone è stato un criminale, dallo spaccio a entrare a far parte della Sacra Corona Unità nel Salento. La vicenda di Antonio Perrone è usata dagli esordienti Davide Berletti e Lorenzo Conte per raccontare una storia al contrario, una storia dalle tinte infernali e fosche in una terra che per molti troppi anni ha vissuto nella paura e appunto, nella depravazione. Un film che riesce a distaccare (volutamente) lo spettatore e a rendere le vicende nella loro effettiva crudeltà, spietatezza, avidità e mancanza di umanità, una pellicola che guarda un mondo bestiale con occhio volutamente poco umano. Certo restano i sentimenti, una donna accanto (una Valentina Cervi piuttosto insipida) che non potrà più avere un marito su cui contare e un figlio senza un padre a crescerlo. I sentimenti però sono sullo sfondo, davanti una vicenda schiacciante, avvilente, spietata come un pugno in pieno stomaco. Colori scuri, lunghi silenzi, nessuna visione epica a farci simpatizzare con i criminali. Una pellicola asettica e brutale, proprio per questo reale.