ladies of the canyon.

Forse non capirò mai l’universo femminile, forse è giusto così. Quando però le mie orecchie entrarono in contatto con la sublime voce di Joni Mitchell fu come un colpo di fulmine, una scoperta fondamentale giunta quasi per caso (ricordo ancora un articolo sulla rivista inglese Uncut che parlava dello splendido Blue, disco che di lì a poco sarebbe diventato uno dei miei preferiti in assoluto). Lei, Roberta Joan Anderson, cantante che con il suo folk intimo e delicato riuscì a marchiare in maniera indelebile gli anni sessanta e settanta senza troppo rumore, pittrice e poi musicista. Quel disco, Blue, intriso di amarezza sin da una copertina nella quale il viso di Joni trasfigura da un blue a tinte scure, un blue che nella mia mente non può che riportare al blues e alla sua storia nata nella sofferenza. Amarezza per una storia d’amore finita, amarezza e dolore che come spesso accade si trasformano in una prova di grandissima intensità che lascia letteralmente a bocca aperta. Ma Blue non è un episodio isolato, prima di lui c’è stato lo straordinario Ladies Of The Canyon in cui la poetica sognante e unica della Mitchell si rivelò al mondo raggiungendo l’apice nella splendida e molto nota Big Yellow Taxi (scritta durante un soggiorno alle Hawaii). Forse i due dischi che maggiormente mi restano nel cuore, vanno a toccare la profondità della mia passione per il folk e per le voci femminili. Ascoltate.

Questa invece è una scoperta recente, recentissima che mi permette però di viaggiare sempre sullo stesso binario. Una stupenda voce e una ricerca alle radici della musica tradizionale americana sono le direttive per raccontare la musica di Jolie Holland, texana fra i nomi più interessanti in circolazione. Se la proposta della Mitchell era forse più facile la Holland tre decenni più tardi propone una radicalizzazione del rapporto con il passato, una vicinanza stretta con il suo d’anteguerra che tanto è caro a chi scrive. Ma se il rischio di un riproponimento bolso e fuori tempo massimo di cose che hanno più otto decenni sulle spalle era dietro l’angolo la voce di Jolie e le sue capacità creative rendono i suoi dischi (io per ora mi sono soffermato su Catalpa del 2003 e Escondida del 2004, entrambi su Anti) straordinariamente unici e personali. Escono i suoni del passato ma il piglio è attuale e se nel lavoro del 2003 le cose sono più scarne ed essenziali in Escondida esce una vena che riprende sonorità Jazz (ovviamente primitivo) rendendo il disco pieno senza però appesantirlo, con la voce in primo piano e li strumenti che quasi la seguono in disparte. Un artista capace di grandi cose, da seguire.

Josephine Foster invece è una certezza, uscita negli ultimi anni sono riuscito a vederla dal vivo per ben due volte (rarità per le possibilità che il duo Udine/Padova mi concede). Freak fino al midollo, abiti retrò e un aria che sa tanto di comune anni sessanta in qualche zona sperduta del territorio americano. Josephine propone un folk essenziale, senza fronzoli e con scarno accompagnamento da vera cantautrice di classe quale è. Dopo alcuni dischi di buona qualità e attesa in questi giorni alla prova del fuoco con il nuovo This Coming Gladness, disco che dai primi ascolti si preannuncia rivoluzionario per lo stile della Foster. Entrano strumenti e il suono si fa più potente con un cantanto altalenante, a tratti blues e a tratti quasi sofferto e virtuoso che rende questo nuovo disco un passo fondamentale nella carriera della nostra Foster.
Spero che questo brevo percorso al femminile serva a qualcuno, ascoltate.
Addison 9:44 pm on Ottobre 7, 2008 Permalink |
Che dire…
Quando si scrive con passione, trasporto, coinvolgimento, si sente.
Belle righe, che sono state un piacere leggere.
Saluti,
Addison.