la possibilità di non guardare.

Ormai è passato un decennio, un decennio che ho vissuto in ritardo e dopo anni in cui ignoravo l’esistenza di tante cose.
Un decennio dalla fine del Consorzio, un decennio che ha visto tante cose cambiare nella storia e nelle posizioni. Un vuoto che non si riempie, parole come echi che continuano a non avere un seguito. Capita che ogni tanto mi soffermi ancora sulle parole e sulle musiche, su quel gruppo nato dall’esperienza scintillante e controversa dei filosovietici CCCP, sulla figura istrionica e difficilmente decifrabile di Giovanni Lindo. Quando capita però è un rimanere a bocca aperta, perso ogni volta alla stessa maniera.
Il Consorzio era semplicemente non scontato, una qualità rara di questi tempi anche nella musica che ama definirsi alternativa ma alla fin fine è un coacervo di banalità e ruffianerie politiche. Il Consorzio erano le parole e la testa di Giovanni Lindo, era la potenza di Maroccolo, Canali e Zamboni. La voce di Ginevra.
Il Consorzio era capace di infiammare testa e cuore come poche realtà nel nostro panorama musicale, era una cosa che ti chiedi ancora come un paese decadente e retrogrado come il nostro abbia mai partorito. Era il frutto di menti liberi, forse. Il Consorzio era canzoni epiche, intime, combattenti e battagliere senza scendere nella retorica. Il Consorzio ha scritto una delle canzoni più belle sulla resistenza (Linea Gotica), un cordone ombelicale fra vecchie e nuove generazioni che si affida a poche parole per trasmettere concetti che sono alla base del coraggio umano. Il Consorzio era tutto ciò che la musica italiana sembra non avere più, l’apice o la meteora fate voi.
cosa fare non fare non lo so,
quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va,
non va, non va…
Il Consorzio mi manca terribilmente.