venus in cancer.
Impossibile non ringraziare ogni giorno il momento in cui è stata pensata la mitologica Anthology Of American Folk Music, raccolta che da un lato ha riportato in auge l’interesse per la musica tradizionale americana e dall’altro è stato il viatico per la rinascita e la reinvenzione, fra sessanta e settanta, di quei suoni.
Se il nome sulla bocca di tutti è quello del grandissimo John Fahey c’è un artista che ha condiviso con lui quel periodo e quel desidero di riscoperta e avanzamento, spesso in contrasto ma regalando al mondo una carriera di altissimo livello; il suo nome è Robbie Basho. Meno ragionatore e più impulsivo di Fahey, attratto dalla nascente scoperta del misticismo indiano molto in voga negli anni della psichedelia, Basho è alla continua ricerca del punto di contatto fra tradizione lontane ma capaci attraverso il suo genio di dialogare in un unico. Poco conosciuto ma con un nutrito seguito di fedelissimi, meno riscoperto e popolare di Fahey morirà a soli quarantasei anni nel 1986 permanendo fino ad ora in un cono d’ombra che non riesce ad esaltare a pieno il suo fondamentale apporto al folk contemporaneo.
Autore di una quindicina di dischi fra il 1965 e il 1986 Basho raggiungerà la maturità artistica e la perfezione stilistica con lo splendido Venus In Cancer (1970, Blue Thumb) dove composizioni di una purezza cristallina, la voce e la ricercata sintesi di tradizioni generano un disco spartiacque per la storia stessa del folk; da lì in poi la tradizione che va dai Raga indiani allo spiritualismo pellerossa diventa parte integrante del folk americano modificandone in parte il DNA. Da questo disco in poi un altra serie di grandi opere che marchieranno a fuoco il decennio: lo splendido Song Of The Stallion (1971, Takoma), la deriva persiana di Zarthus (1974, Vanguard) e Visions Of The Country (1978, Windham Hill) costituiscono un trilogia di lavori splendidi e senza tempo, pietre angolari su cui sono stati edificati anni di sperimentazione e riscoperta.
Senza contare il periodo antecedente a Venus in cui Basho aggiusta il tiro con buoni dischi in cui però l’irruenza spesso prende il sopravvento in uno stile in evoluzione ma a tratti decisamente pesante: l’opera prima The Seal Of The Blue Lotus (1965, Takoma) e i due volumi di The Falconer’s Arm (1967, Takoma) risultano più di tutti fondamentali per capire l’evoluzione di un uomo sempre più vicino alla perfezione.
Io ve l’ho detto, ora tocca a voi.